2 Settembre 2010

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Chico Mendes era un "seringueiro"- un raccoglitore di caucciù - di Xapuri, nellAmazzonia brasiliana. Spese la sua vita per salvare la foresta, contro i latifondisti che bruciavano e tagliavano gli alberi, e per salvare con essa i "seringueiros", che di foresta vivevano. Mendes fu un grande leader sindacale ed ambientalista, grazie a lui lopinione pubblica di tutto il mondo e gli stessi ambientalisti si avvicinarono al dramma della deforestazione in Amazzonia e capirono il nesso strettissimo che lega, prima di tutto nel Sud del mondo ma non solo, la tutela dellambiente con la difesa della dignità e del futuro dei popoli, lazione per neutralizzare il rischio climatico con la lotta contro il sottosviluppo. Il 22 dicembre 1988 Chico Mendes venne assassinato da sicari assoldati dai grandi allevatori. Il suo nome è legato indissolubilmente allimpegno per fermare i mutamenti climatici e per combattere la povertà.
Il riscaldamento del pianeta è una prospettiva sempre più concreta, che rischia di diventare inarrestabile se proseguiranno ai ritmi attuali le emissioni in atmosfera di anidride carbonica e degli altri gas serra, generate dalla combustione di petrolio e gas. Gli anni '90 sono stati il decennio più caldo da quando esistono le statistiche meteorologiche, e gli scienziati concordano che un ulteriore aumento anche di pochi decimi di grado della temperatura terrestre porterebbe conseguenze catastrofiche: intere regioni costiere verrebbero sommerse dal mare, gran parte dei ghiacciai si scioglierebbe, l'avanzata dei Il compito di fermare i mutamenti climatici spetta prima di tutto ai Paesi industrializzati, che con il 20% della popolazione mondiale sono responsabili di oltre metà delle emissioni: bisogna incentivare il risparmio energetico, promuovere le fonti rinnovabili, ridurre il trasporto su strada, trasferire ai Paesi poveri le tecnologie necessarie per produrre energia senza danneggiare il clima
Il petrolio è il nemico numero uno del clima ed è anche un potente fattore d'inquinamento e di tensioni geopolitiche, solo una drastica riduzione della dipendenza dal petrolio degli attuali sistemi energetici può avviare il mondo verso un futuro di benessere per tutti e di pace tra gli uomini e con la natura. Per realizzare questo obiettivo serve una svolta radicale nelle politiche energetiche, che punti in particolare sullo sviluppo delle fonti rinnovabili e in primo luogo dell'energia solare ed eolica: oggi l'Italia...
Polli alla diossina, mucche pazze, bovini alimentati come carnivori, frutta e verdura ai pesticidi, fragole con geni di pesce: degenerazioni che sono il frutto di decenni di separazione crescente tra agricoltura e natura, e che hanno reso i consumatori sempre più preoccupati ed insicuri. Oggi vi sono alcuni segnali incoraggianti - basti pensare al boom dell'agricoltura biologica in Italia -, ma la china generale resta pericolosa. Problema dei problemi gli organismi geneticamente modificati: perché i rischi ambientali e sanitari sono tuttora da decifrare, e soprattutto perché l'agricoltura "biotech", interamente nelle mani di un piccolo gruppo di multinazionali, è una minaccia per le produzioni tipiche e di qualità, principale valore aggiunto dell'agricoltura italiana ed europea, e per i Paesi poveri, che per il meccanismo dei brevetti già oggi versano migliaia di miliardi nelle casse di industrie tutte concentrate nel Nord del mondo.
Secondo alcuni studi scientifici, entro mezzo secolo sarà estinto un quarto di tutte le specie animali e vegetali oggi esistenti. La perdita di biodiversità è il risultato di una serie di fenomeni provocati dall'uomo, primo fra tutti la deforestazione che cancella a ritmi forsennati l'habitat di gran parte delle specie viventi. Solo tra il 1980 e il 1995 sono andati perduti 200 milioni di ettari di foresta tropicale, pari ad una superficie più grande di quella del Messico. Luogo simbolo della deforestazione è l'Amazzonia, dove ogni secondo viene distrutta una superficie pari ad un campo di calcio: e proprio in Amazzonia la lotta dei "seringueiros", i raccoglitori di caucciù, guidati da Chico Mendes contro i latifondisti responsabili del taglio e dell'incendio della foresta, ha mostrato con drammatica evidenza il nesso strettissimo tra tutela dell'ambiente e difesa degli interessi dei più deboli. Nel 1988 Chico Mendes è stato assassinato da sicari assoldati dai grandi proprietari terrieri, il suo nome ed il suo esempio vivono nell'impegno di milioni di uomini e donne contro la distruzione dell'ambiente e per il riscatto dei poveri del mondo.
In Africa, 400 milioni di persone si trovano a combattere ogni giorno della loro vita contro il progredire inesorabile dei quasi 700 milioni di ettari di deserti. I dati sulla desertificazione, alimentata provocata dallo sfruttamento intensivo del suolo, dalla realizzazione di dighe e altre grandi opere idriche, dai mutamenti climatici, sono impressionanti: in media essa conquista ogni anno il 3,5% delle terre fertili, e la percentuale sale di moltissimi nelle regioni tropicali. Secondo la Fao, più di 800 milioni di persone soffrono letteralmente la fame. Negli Stati Uniti, il 55% degli adulti è sovrappeso. La penuria d'acqua è un problema ogni giorno più drammatico, che rende sempre più incerto il futuro dell'agricoltura e dell'alimentazione nei Paesi poveri: in India, per esempio, le falde freatiche si abbassano di oltre 1 metro ogni anno.
L'ideologia liberista che attualmente governa i processi di globalizzazione costringe centinaia di milioni di persone nei Paesi poveri a lavorare in condizioni al di sotto di ogni limite accettabile di dignità, e produce incertezza e crisi a catena. Il crollo pochi anni fa dei mercati asiatici, che ha gettato nella miseria milioni di lavoratori, è il risultato di questa logica, che privilegia gli interessi speculativi rispetto all'obiettivo che si creino nel Sud del mondo economie solide. Contro questo modello, il movimento antiliberista ha lanciato la proposta della "Tobin Tax", imposta sulle transazioni internazionali a breve il cui gettito verrebbe utilizzato per finanziare la cooperazione allo sviluppo: una misura che scoraggerebbe i movimenti di capitali a fini puramente speculativi e favorirebbe invece gli investimenti produttivi.
Nel mondo vi sono più di 22 milioni di rifugiati, persone costrette a lasciare il loro Paese a causa di conflitti o persecuzioni: circa 15 milioni provengono dall'Asia e dall'Africa, 6 milioni dall'Europa, oltre un milione dall'America settentrionale. A questi vanno aggiunti almeno 30 milioni di "rifugiati interni", persone sfollate dentro il loro Paese a causa di guerre o calamità naturali, e 80 milioni di persone costrette a lasciare le loro case per la costruzione di infrastrutture o lo sfruttamento intensivo del terreno.
Le spese militari assorbono circa il 3% del prodotto lordo mondiale, e sono destinate a crescere ancora. Il fenomeno riguarda tanto i Paesi poveri, dove spesso i regimi dittatoriali spendono in armi gran parte degli aiuti internazionali, quanto i Paesi ricchi. L'Italia, che è penultima tra i Paesi Ocse nella spesa per la cooperazione allo sviluppo, mentre nell'ultima finanziaria sono previsti aumenti significativi delle spese militari. Il debito dei Paesi poveri è di oltre 2400 miliardi di dollari, pari a oltre il 150% delle loro esportazioni. Era di 1470 miliardi nel 1980 e di 600 miliardi nel 1970. Il problema del debito costituisce un grave ostacolo per lo sviluppo dei Paesi più poveri, costretti a spendere per ripagarlo molto di più che per l'istruzione o l'assistenza sanitaria. Un cartello mondiale di centinaia di associazioni ha lanciato la richiesta che i Paesi ricchi riducano entro il 2010 le spese militari del 20%, investendo le somme risparmiate in programmi di cooperazione allo sviluppo, che cancellino tutti i loro crediti verso i Paesi più poveri, che spingano anche la Banca Mondiale e il Fondo monetario a cancellare il debito.
In questi anni il "pensiero unico" ha avvalorato l'idea che per competere nel mondo globalizzato tutti i Paesi debbano uniformarsi ad uno stesso modello, mutuato meccanicamente dall'Occidente. Questa prospettiva non è soltanto insostenibile sul piano ambientale e culturalmente inaccettabile, visto che condannerebbe all'estinzione saperi e tradizioni locali: è anche economicamente perdente, poiché proprio le ragioni di una sempre più serrata concorrenza tra mercati impongono ad ogni Paese, ad ogni economia di valorizzare le proprie "vocazioni". Una prova? Dei dieci prodotti recentemente indicati da una rivista americana come i più "globalizzati", quasi tutti sono a forte identità; dal Chianti, alla pizza, alla stessa Coca Cola che si può davvero considerare un "prodotto tipico" americano.
Un miliardo e trecento milioni di persone ha meno di un dollaro al giorno per vivere. Se nel 1960 il 20% più ricco della popolazione mondiale possedeva un reddito trenta volte superiore a quello del 20% più povero, oggi la proporzione di 82 a 1, mentre tre quinti dei 4,4 miliardi di abitanti dei Paesi poveri vivono in comunità prive di infrastrutture igieniche di base, circa un terzo non dispone di acqua potabile e un terzo dei bambini è sottonutrito e non raggiunge la quinta classe della scuola. A fronte di ciò il 20% della popolazione mondiale, quella dei Paesi industrializzati consuma l'83% delle risorse planetarie. Aumentare nel Nord del mondo gli stanziamenti destinati alla cooperazione allo sviluppo non è beneficienza: è un inizio di risarcimento per una globalizzazione ritagliata sugli interessi di pochi privilegiati.
Nei Paesi poveri vi sono 250 milioni di bambini tra i 5 e i 14 anni che lavorano: il 61% vive in Asia, il 32% in Africa, il 7% in America Latina. Tre quarti dei palloni da calcio venduti nel mondo sono fabbricati da alcune centinaia di bambini pakistani: dieci ore di lavoro al giorno, 1500 lire di paga. In tutto il mondo ogni anno circa 1,2 milioni di donne e ragazze con meno di 18 anni è oggetto di "traffico" a scopo di prostituzione. In Brasile 2 milioni di bambini si prostituiscono, in Thailandia 800mila. Negli anni '90 circa 300 mila bambini sono stati soldati e sei milioni di bambini sono stati feriti in scontri armati. In Cina 90 milioni di bambini non frequentano la scuola elementare. In Italia più di 100mila bambini sotto i 14 anni lavorano invece di andare a scuola.
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Cera un tempo in cui la difesa dellambiente era vista da molti come una preoccupazione "da ricchi", come un lusso incompatibile con lesigenza dello sviluppo, soprattutto nel Sud del mondo, con lesigenza.
Questa idea è stata smentita drammaticamente dai fatti, e oggi è evidente a tutti che sono proprio i Paesi poveri a pagare i prezzi umani più alti per il degrado ambientale, linquinamento, la dissipazione delle risorse naturali. Basti dire che in Asia linquinamento fecale dei fiumi supera di cinquanta volte quello dei Paesi industrializzati, o che nelle città del Sud del mondo tra il 20% e il 50% dei rifiuti domestici non viene raccolto.
Tra i problemi ambientali, laumento delleffetto serra e il rischio conseguente di mutamenti climatici sono quelli per i quali lintreccio con la povertà e il sottosviluppo è più forte. Dai Paesi poveri viene soltanto una piccola quota delle emissioni di anidride carbonica e degli altri gas serra, ma gli effetti di un incremento della temperatura sulla Terra avanzata dei deserti e delle zone aride, incremento dellincidenza di malattie endemiche come la malaria colpiscono con particolare violenza nel Sud del mondo, rendendo ancora più precarie le condizioni di vita di centinaia di milioni di persone che già oggi fanno i conti ogni giorno con la fame, la miseria, le malattie. E daltra parte, proprio il sottosviluppo alimenta fenomeni, come la deforestazione, che aggravano il rischio climatico.
Per tutto questo, fermare laumento delleffetto serra è un passo obbligato se si vuole sconfiggere la povertà. Un passo che devono compiere prima di tutto i Paesi ricchi, responsabili della stragrande maggioranza delle emissioni dannose per il clima, un passo che impone di ridurre i consumi di petrolio e di fonti energetiche fossili (la fonte di gran lunga principali delle emissioni di gas serra) e di mettere a disposizione dei Paesi più poveri le tecnologie necessarie per uno sviluppo davvero sostenibile.
Finora i Paesi ricchi si sono sottratti a questa responsabilità. Il Protocollo di Kyoto, approvato nel 1997 e che fissa obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni di gas serra, non è ancora stato ratificato da nessun Paese occidentale, e gli Stati Uniti, che da soli emettono un quarto di tutti i gas serra, se ne sono apertamente chiamati fuori.
Con la campagna su clima e povertà, Legambiente vuole denunciare lintreccio strettissimo tra rischio climatico e sottosviluppo, e richiamare il mondo ricco nel quale viviamo alle sue responsabilità. Negli ultimi mesi, da Seattle a Genova alla Perugia-Assisi, è cresciuto in tutto lOccidente e in particolare in Italia un grande movimento che si batte contro questa globalizzazione "ritagliata" sullinteresse di pochi, che eleva il mercato e la logica del profitto a categorie ideologiche e riduce le relazioni umane ad una dimensione esclusivamente mercantile. Legambiente è protagonista in questo nuovo, grande fenomeno di partecipazione e di pensiero critico. Un mondo diverso è possibile, un mondo che sia "nonsolomerci" e sia tanti più e tanti meno: più coesione sociale e meno liberismo, più diritti umani e democrazia meno schiavitù, più cancellazione del debito e meno spese militari, più identità culturale e meno omologazione, più cooperazione allo sviluppo e meno povertà, più istruzione e meno lavoro minorile, più risparmio energetico e meno effetto serra, più fonti rinnovabili e meno petrolio, più trasporto pubblico e meno anidride carbonica, più biologico e meno pesticidi, più sicurezza alimentare e meno Ogm, più biodiversità e meno deforestazione.
La campagna su clima e povertà è un mattone per costruire questo mondo diverso e possibile.
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Alcuni gas presenti nellaria, detti "gas serra", hanno la capacità di assorbire il calore di quella quota di radiazioni solari che una volta "rimbalzata" sulla superficie terrestre sfuggirebbe poi verso lo spazio: più cresce la loro concentrazione, e più aumenta la quantità di calore intrappolata nellatmosfera e dunque, tendenzialmente, la temperatura sul nostro pianeta.
Sono "gas serra lanidride carbonica (C02), i clorofluorocarburi (CFC), il metano (CH4), lossido di azoto (N20), lozono troposferico (03). La concentrazione dei gas serra" nellatmosfera cresce sia per laumento delle emissioni dovute ad attività umane sia, nel caso dellanidride carbonica, per la sistematica distruzione di milioni di ettari di foresta: gli alberi, infatti, agiscono da veri e propri "accumulatori" di carbonio, e per ogni ettaro di foresta bruciato cresce quindi di un po la quantità di anidride carbonica liberata nellaria, e con essa leffetto serra.
A partire dalla rivoluzione industriale, la concentrazione dei "gas serra" nellatmosfera è progressivamente aumentata: era di 280 parti per milione alla metà dellOttocento, oggi è di 370 parti per milione. Parallelamente, si è verificato anche un graduale aumento della temperatura media, che negli ultimi anni ha subìto unaccelerazione: gli anni 90 sono stati il decennio più caldo a memoria duomo, e al 98 è toccato il record di anno più caldo mai registrato.
Gran parte della responsabilità per il progressivo riscaldamento del nostro pianeta va addebitata al modello energetico dominante e al Nord del mondo: l80% delle emissioni di anidride carbonica, il principale "gas serra", proviene dalla combustione del carbone, del petrolio e del metano, dunque dallattività delle centrali termoelettriche, dai fumi delle industrie, dagli scarichi delle automobili, mentre oltre metà delle emissioni totali è concentrata nei Paesi industrializzati dove vive appena il 20% della popolazione mondiale.
Se le emissioni dei "gas di serra" in atmosfera proseguiranno ai ritmi attuali, dovremo attenderci nei prossimi decenni un riscaldamento globale del pianeta compreso tra 1 e 3,5 gradi centigradi. Le conseguenze di questo aumento della temperatura sarebbero catastrofiche. Esso provocherebbe il parziale scioglimento dei ghiacci e unespansione termica degli oceani, con un innalzamento prevedibile del livello dei mari di 15-95 centimetri, lavanzata dei deserti e delle zone aride fino a molte regioni oggi temperate, unintensificazione e una maggiore estensione di eventi meteorologici estremi come alluvioni, inondazioni, cicloni tropicali, un incremento dellincidenza di molte malattie caratteristiche dei climi tropicali, laccelerazione dei ritmi di estinzione delle specie vegetali ed animali.
Secondo molti scienziati, i mutamenti climatici sono già una drammatica realtà. Una realtà che colpisce a tutte le latitudini e senza badare alle frontiere o alla dimensione dei Pil, ma che indiscutibilmente determina le conseguenze più pesanti nei Paesi poveri. In Africa, per esempio, 400 milioni di persone si trovano a combattere ogni giorno della loro vita contro il progredire inesorabile dei quasi 700 milioni di ettari di deserti. I dati sulla desertificazione, il cui intreccio con i mutamenti climatici trova sempre più conferme, sono impressionanti: in media essa conquista ogni anno il 3,5% delle terre fertili, e la percentuale sale di moltissimi nelle regioni tropicali.
La desertificazione è uno dei fattori principali della povertà e del sottosviluppo e in particolare la causa prima di un fenomeno che spesso assume connotati biblici: quello dei profughi ambientali, intere comunità costrette a lasciare la loro terra divenuta sterile e a sopravvivere in campi di fortuna nelle peggiori condizioni sociali, igieniche e sanitarie immaginabili. Nel 2000, per la prima volta nella storia, il numero dei profughi ambientali ha superato quello delle vittime delle tante guerre che insanguinano il mondo.
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Tanti piccoli canyon dalle forme bizzarre che segnano il paesaggio in maniera decisa. "Antichi e affascinanti documenti sulla storia geologica della Terra", pensa il visitatore che giunge per la prima volta nel bacino del fiume Nyando, a pochi chilometri da Kisumu e dal lago Vittoria. Niente affatto. Questi canyon sono figli della grande alluvione provocata dal Nino nel 1961 e dellerosione del suolo. Il grande problema è che questi canyon guadagnano metri su metri ogni anno, isolando i villaggi e scaricando tonnellate di detriti nel Lago Vittoria. Un disastro idro-geologico che prosegue ineluttabile il suo corso, con conseguenze gravissime sul piano sociale e ambientale.
Con i suoi 5800 metri è la montagna più alta dellAfrica e la sua immagine è celebre in tutto il mondo. Nella lingua dei "chagga", la tribù che abita la montagna dal lato della Tanzania, Kilema Kyaro significa "ciò che rende impossibile il viaggio". Per i Masai, invece, è la "montagna bianca". La sua leggenda nasce in Europa nel 1849, quando John Rebmann, il primo occidentale a descriverne la cima innevata, viene deriso dalla Royal Geographical Society. A quel tempo, nessuno immaginava che potesse esserci la neve allequatore, e il malcapitato fu preso per pazzo. Oggi quella neve è in pericolo, minacciata dal riscaldamento del pianeta: secondo lUniversità dellOhio, dal 1912 a oggi la montagna bianca ha perso oltre l80% dei suoi ghiacciai e la neve potrebbe scomparire definitivamente dalla cima in soli 15 anni. Una catastrofe, che minaccia che minaccia la vita di intere popolazioni, i Masai e i Chagga.
Il Kenya dipende in modo primario dall'agricoltura, ma solo il 20% del territorio gode di precipitazioni adeguate e di terreni adatti alle coltivazioni. Secondo lultimo Rapporto sullo stato di attuazione della Convenzione per la lotta alla desertificazione, "più dell'80% del Paese è esposto a fenomeni di desertificazione. Queste stesse terre assicurano oggi la sopravvivenza al 26-30% della popolazione, al 50% del bestiame, e a una vasta gamma di animali e piante selvatiche che costituiscono il cuore dell'industria turistica del Kenya". Negli anni 90 il Kenya ha conosciuto quattro gravi carestie, e le alluvioni portate dal Nino nel 97 e nel 98.
E la seconda vetta dellAfrica, richiama ogni anno migliaia di turisti, costituisce la principale riserva dacqua e di vegetazione del Kenya, e riassume in sé tutte le contraddizioni e i pericoli che minacciano i grandi ecosistemi montani nei Paesi in via di sviluppo: la frenetica attività di deforestazione (legale e illegale) e lestrazione del carbone, i pascoli illegali e il bracconaggio spietato nei confronti di specie rare e protettissime come leoni, leopardi e elefanti. Questo vero e proprio assalto al Monte Kenia non rischia solo di mettere in ginocchio lomonimo parco nazionale, ma ha effetti drammatici anche sui fiumi che nascono dalle riserve dacqua della montagna: il fiume Tana, ad esempio, il principale corso dacqua del Kenya, che negli ultimi 15 anni ha ridotto drasticamente la sua portata.
La Mata Atlantica è uno degli ecosistemi più ricchi del pianeta in termini di biodiversità, da cui dipende la qualità della vita di milioni di brasiliani. In origine l'area di questo bioma si estendeva per 1.306.421 kmq, circa il 15% del territorio brasiliano è più di quattro volte la superficie dell'Italia. Dopo cinque secoli di deforestazione di questa giungla non rimane più che il 7% della copertura originaria. Negli ultimi 40 anni l'elevato il ritmo della deforestazione e lo sfruttamento incontrollato del terreno, ha drammaticamente impoverito e reso aride molte zone. Legambiente è attiva in questa zona con un progetto di cooperazione per la ricerca, il recupero e l'educazione ambientale.
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Nelle foreste tropicali vive metà di tutte le specie animali esistenti sulla terra. Questo vero scrigno della biodiversità è anche il "polmone verde" del nostro pianeta, che gioca un ruolo decisivo negli equilibri climatici globali. Da alcuni decenni, le foreste tropicali sono oggetto di uno dei più colossali e pericolosi fenomeni di distruzione dellambiente che si ricordi, che rischia di aggravare ulteriormente le conseguenze sul clima delle concentrazioni ormai altissime di anidride carbonica in atmosfera.
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I numeri della povertà

La possibilità per i Paesi del Sud del mondo di uscire dalla povertà è in buona parte affidata alle scelte di politica energetica del mondo industrializzato. I Paesi ricchi devono ridurre la loro dipendenza dal petrolio e sviluppare le tecnologie per produrre elettricità e calore con lenergia solare, eolica, con le biomasse: solo così si potrà scongiurare la catastrofe climatica e offrire ai Paesi poveri un adeguato e sostenibile accesso allenergia.
Senza energia non può esservi sviluppo, e solo le fonti rinnovabili possono soddisfare il bisogno di energia dei Paesi poveri senza mettere in pericolo la vita stessa dellumanità.
La nostra proposta è che lItalia, uno dei Paesi che contribuiscono di più alle emissioni di gas serra, riduca la sua dipendenza dal petrolio del 10% entro il 2006, del 25% entro il 2010, del 50% entro il 2020.
Per centrare questo obiettivo, che oltretutto avrebbe leffetto di ridurre drasticamente anche linquinamento atmosferico, occorre modificare radicalmente il nostro modello energetico. Non più grandi centrali, ma tetti delle case con i pannelli solari, crinali montani con le turbine eoliche, tecnologie per la microgenerazione.
Ecco alcuni dei principali interventi da realizzare in questa prospettiva:
Al Presidente del Consiglio
Al Presidente della Regione
Al Presidente della Provincia
Al Sindaco
Alle autorità in indirizzo:
i sottoscritti cittadini chiedono a ciascuno di voi, ognuno per le sue competenze a livello nazionale e locale, di prendere misure di governo concrete che permettano al nostro Paese di rispettare i seguenti impegni sottoscritti a livello internazionale:
| ridurre del 6.5% le emissioni di gas di serra, come fissato dal protocollo di Kyoto,con politiche di risparmio energetico, incentivazione dell'utilizzo delle fonti rinnovabili, modifica radicale della politica dei trasporti sia urbani che extraurbani | |
| destinare lo 0.7% del Pil alle attività di cooperazione allo sviluppo; attuare la legge 68/93 che prevede, per i comuni, la possibilità di destinare lo 0.8% delle prime 3 voci del bilancio comunale ad attività di cooperazione decentrata | |
| dimezzare, entro il 2015, il numero di persone che soffrono la fame nel mondo, in modo da rispettare l'obiettivo proclamato dall'Unione Europea e dai 185 Paesi partecipanti al Vertice Mondiale sull'Alimentazione, svoltosi a Roma nel 1996. |
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Convegno di Genova | Una Bussola per la globalizzazione
[ 27-Ott-2008 ]
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