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2 Settembre 2010

Il cibo giusto

Non vi è prodotto più del cibo, non vi è economia più di quella agroalimentare che affondino le loro radici nel territorio, nell’identità dei popoli e delle comunità. Diceva Feuerbach, grande filosofo tedesco, che "siamo quello che mangiamo". In effetti le abitudini alimentari, le tradizioni gastronomiche sono una parte importante delle identità culturali. E del resto: cosa mai sarebbero l’Italia senza le sue innumerevoli cucine territoriali, il Giappone senza il sushi, gli Arabi senza il couscous? Persino gli Americani, che certo non brillano per raffinatezza culinaria, "sono quello che mangiano": sono, cioè, uno straordinario miscuglio di suggestioni gastronomiche, e sono il Paese leader della "globalizzazione alimentare", quella simboleggiata da Mc Donald’s e Coca Cola.

Eh sì, perché oggi anche l’agricoltura è coinvolta in pieno nei processi di globalizzazione. Il cibo globalizzato però porta fortissimo il segno della contraddizione e dell’iniquità: in ogni città del mondo ricco si possono acquistare prodotti agricoli provenienti da Paesi lontani migliaia di chilometri, ma a questa formidabile ricchezza e varietà dell’offerta si accompagna una crescente omologazione e standardizzazione, una "macdonaldizzazione" per dirla con il politologo americano Benjamin Barber, delle abitudini alimentari. E mentre nei Paesi industrializzati cresce ogni giorno il numero delle persone obese (negli Stati Uniti sono il 27% della popolazione), nel Sud del mondo diventa sempre più drammatico il problema della fame e della malnutrizione.

 


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