14 Marzo 2010
La "pianificazione urbanistica contrattata", ovvero come ridisegnare il territorio, il profilo delle nostre coste, secondo le proprie volontà e i propri desideri. Contrattando, appunto, con le amministrazioni locali deroghe, soppressioni di vincoli, aumento di cubature e quant'altro. E' questo, in sintesi, il sogno di ogni speculatore immobiliare. Ed è proprio quello che si sta materializzando in tante parti del nostro Paese, soprattutto lungo le coste, i territori più pregiati della nostra penisola. Basti pensare a quanto sta accadendo nei 150 chilometri di litorale delle province di Taranto e Matera. Si tratta di una delle più cospicue trasformazioni di un territorio costiero che sia mai avvenuta in Italia, più consistente della Costa Smeralda, paragonabile piuttosto alla realizzazione dei grossi insediamenti costieri nell'Alto Adriatico. Decine di migliaia di nuovi posti letto, centinaia e centinaia di posti barca in porti turistici nuovi di zecca, e poi discoteche, centri per la talassoterapia, ipermercati, campi da golf (immancabili!) ed altro ancora. Il tutto spalmato su una stretta fascia di costa omogenea che un tempo era una zona umida fra le più importanti del nostro Paese e ora è una striscia di sabbia e dune, protetta da una pineta e da vincoli comunitari che si stanno rivelando velleitari almeno quanto la nostra legge Galasso.
Ai pirati del golfo di Taranto è andata, non a caso, una delle dodici bandiere nere assegnate nel dossier Mare Monstrum di Legambiente. La nomination forse è un po' generica, ma in questo caso era difficile stabilire delle priorità o gradi diversi di responsabilità fra gruppi imprenditoriali, amministratori locali, organi di controllo e quanti altri stanno contribuendo a cambiare i connotati ad uno dei tratti di costa più significativi del nostro Paese.
A partecipare a questa discutibile impresa urbanistica nella culla della Magna Grecia sono i principali gruppi imprenditoriali del settore. Sono loro che stanno ridisegnando l'intero golfo di Taranto costruendo una vera e propria città lineare che vivrà per qualche settimana all'anno, ospitando centinaia di migliaia di persone, per poi chiudere i battenti a ogni fine di stagione. Due accordi di programma siglati con il Ministero del Tesoro per centinaia di miliardi pubblici sono stati destinati a cofinanziare lo scempio. I sigilli della magistratura, intanto, hanno già chiuso i cantieri dell'intervento più significativo perché, neanche a dirlo, le norme in materia di sicurezza del lavoro non erano rispettate per nulla. Operai in fuga all'arrivo dei Carabinieri, subappalto utilizzato come norma, in una provincia in cui quasi la metà degli operai impiegati nell'edilizia lavorano in nero. Tornano, insomma, le caratteristiche di un fenomeno che poco ha da spartire con i toni pretenziosi e manageriali di quanti a parole reclamano la necessità di interventi di questa natura per dare sviluppo a queste regioni, ma nella realtà ne saccheggiano il territorio, comprano manodopera poco qualificata a buon mercato pagandola con i soldi pubblici e magari non riescono neppure a portare a compimento l'intervento.
E' l'imprenditoria "arruffona" che avevamo già evidenziato nel dossier dello scorso anno, capitanata da personaggi come Mario Bertelli, titolare della società bresciana che ha realizzato il Bagaglino a Stintino (un intervento su uno dei tratti più belli della costa sarda per il quale il sig. Bertelli, insignito della "bandiera nera" di Legambiente proprio lo scorso anno, qualche settimana fa è stato arrestato). O come quella che su uno dei più bei promontori del Salento, nel Comune di Santa Cesarea, ha preteso di realizzare ben due piscine, un intervento, anche questo segnalato da Legambiente lo scorso anno con una bandiera nera, che se non fosse diventato oggetto d'interesse per la locale Procura (sette avvisi di garanzia per reati urbanistici), sarebbe sicuramente stato al centro delle attenzioni di qualche psicopatologo. Costruire piscine a pochi metri da uno dei mari più belli e più puliti del Mediterraneo fa il paio con quanti, solo nelle barzellette, pretendono di costruire congelatori al Polo Nord. O magari posti barca in un'area sperduta dell'Abruzzo, alla foce di un fiume, a chilometri di distanza dal primo centro abitato. E' successo anche questo, a Fossacesia, bandiera nera nel 2000, tanto che l'Unione Europea, sollecitata dal ricorso delle associazioni ambientaliste, ha aperto un procedimento contro la Regione Abruzzo. Nel frattempo il porticciolo è stato portato a termine, e i 400 posti barca sono ancora lì, belli e invenduti.
Valutazioni sbagliate, conti approssimativi, decisioni discutibili sembrano caratterizzare le scelte di un'imprenditoria scellerata che vuole devastare le parti più pregiate del nostro Paese. A cominciare dalla Sardegna, dove gli angoli più pittoreschi saranno oggetto di contrattazione fra privati facoltosi e amministratori locali se passerà la norma messa a punto dall'assessore all'Urbanistica e sponsorizzata fortemente dal Presidente della Regione, già pupillo del Presidente Berlusconi. Una norma in base alla quale gli accordi per la realizzazione di interventi urbanistici significativi potranno andare in deroga alla legge vigente. Siamo in presenza anche qui, insomma, di una pianificazione fatta caso per caso, tratto di costa per tratto di costa, con buona pace di quanti pensavano a norme vincolanti su tutto il territorio nazionale o almeno regione per regione.
Sempre sulla Sardegna incombe la minaccia del Master Plan: quasi due milioni di metri cubi rischiano di finire sulle coste più pregiate dell'isola e diventare oggetto di contrattazione fra grossi gruppi privati da un lato e piccoli sindaci dall'altro.
Se le coste della Sardegna piangono, quelle della Sicilia non ridono. Un patrimonio inestimabile di spiagge e litorali è anche in questo caso al centro di un attacco massiccio sferrato dai vertici della Regione, che dietro un disegno di legge dal rassicurante titolo sul "riordino delle coste" nasconde in realtà l'obiettivo di condonare gli abusi edilizi consumati sul demanio marittimo: quindicimila costruzioni illegali che neppure i due precedenti condoni erano mai riuscite a sanare.
Il tentativo di vendere il demanio marittimo che non è andato in porto con il famoso articolo 71 della Finanziaria, cancellato dal Governo dopo le proteste degli ambientalisti, rischia di riproporsi, insomma, regione per regione grazie a provvedimenti che nei fatti si traducono in condoni o svendita dei tratti di litorale ai privati.
Come se non bastassero le iniziative locali, a peggiorare la situazione delle nostre coste contribuiscono anche i provvedimenti del governo centrale. Ultimo in ordine d'arrivo quello del Ministro dell'Economia Tremonti che prevede l'alienazione di parte del nostro patrimonio, ivi compresi alcuni immobili sul demanio marittimo sorprendentemente sopravvissuti ai tentativi di speculazione degli anni passati.
Ad aggravare ulteriormente una realtà così difficile contribuisce, inoltre, il passaggio delle competenze in materia di gestione del demanio dalle Regioni ai Comuni. Una norma che doveva servire a semplificare le procedure in termini di affidamento delle concessioni rischia di tradursi in un pericoloso strumento discrezionale nelle mani di amministratori e tecnici locali, ansiosi di utilizzare, in molti casi, la nuova competenza per aumentare le cubature sulla costa o cambiare la destinazione d'uso di qualche immobile. E' quanto sta accadendo sul tratto di costa adriatico del Salento, dove i piani di utilizzo della costa messi a punto dai Comuni rischiano di dare il via ad un'altra indigestione di cemento.
Dal sud al nord la musica non cambia: in Veneto l'area presa di mira è quella di Caorle, un chilometro e mezzo di spiaggia rischia di scomparire a favore di una nuova strada litoranea. Ancora più consistente il progetto messo a punto dalla Regione Veneto nella zona lagunare cara ad Hemingway subito a ridosso della cittadina costiera: qui si prevede di tirare su qualcosa come un milione e mezzo di metri cubi di cemento, per un totale di 18.000 posti letto e 3.500 posti barca su 450 ettari supervincolati.
Appetiti speculativi anche sull'ultimo tratto di litorale romagnolo scampato finora alla cementificazione. Le mani dei grandi gruppi immobiliari sono arrivate fin sulle dune del ravennate e nell'area del Delta del Po.
Situazione analoga sul versante opposto a Sanremo, in Liguria, dove due ecomostri nuovi di zecca hanno sostituito il vecchio panorama di cui si poteva godere passeggiando sul lungomare.
Alla pressione del cemento "legale", o che perlomeno così si presenta, si sommano i fenomeni d'illegalità vera e propria, come emerge dai dati raccolti dalle forze dell'ordine e riportati in questo dossier. Si tratta di numeri in costante crescita che definiscono un trend in aumento del numero dei reati consumati ai danni di mare e coste italiane. Sicilia, Puglia, Campania e Calabria sono le quattro regioni che guidano la classifica delle illegalità che si consumano sul mare; la Sicilia in particolare svetta in testa alle classifiche per tutti i tipi di reati, che si parli di abusivismo edilizio o di pesca illegale, di reati da inquinamento o contro il codice della navigazione.
Per completare il quadro del "mare monstrum" Legambiente ha selezionato dodici casi esemplari di saccheggio del territorio: una "sporca dozzina", come è stata definita, di pirati della costa cui Legambiente ha assegnato la bandiera con teschio e tibia incrociate. Tanti amministratori locali, ma anche imprenditori grandi e piccoli, nomi noti e altri conosciuti solo localmente, accomunati dalle iniziative ai danni della fascia costiera. Sono loro i pirati del terzo millennio, quelli che partono all'arrembaggio saccheggiando il futuro degli abitanti della fascia costiera. Contro questi nuovi pirati viaggerà la campagna di Goletta Verde di quest'anno, per riconquistare alla legalità anche questo pezzo di territorio, per restituire una possibilità di futuro ai suoi abitanti.
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