16 Marzo 2010

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Elaborazione dei dati del piano triennale di monitoraggio marino-costiero 2001-2004 del ministero dell ambiente e della tutela del territorio
Metalli pesanti, idrocarburi, pesticidi e Pcb sono i veleni che minacciano la salute dei mari italiani. E' questo il quadro che emerge dall'elaborazione di Legambiente e Wwf Italia dei dati del Programma di monitoraggio dell'ambiente marino costiero del ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio, effettuato negli ultimi tre anni. Dati che fotografano in maniera dettagliata lo stato dell'ambiente marino del Belpaese e che per questo meritano la giusta visibilità in questo dossier. Anche per porre l'attenzione su una questione di non poco conto: potrebbero essere gli ultimi. E' proprio così infatti, visto che il Programma di monitoraggio è in scadenza e il ministero dell'Ambiente non ha ancora espresso l'orientamento favorevole ad un rinnovo.
E sarebbe una grave perdita, prima di tutto di conoscenza globale dell'ambiente marino italiano.
Ma partiamo dai risultati delle elaborazioni sui numeri emersi dalla campagna di analisi del Ministero. Le preoccupazioni maggiori provengono dagli inquinanti trovati in concentrazioni superiori a quelle previste dalla legge nei sedimenti di numerose stazioni di controllo della rete di monitoraggio. Anche di quelle localizzate nelle cosiddette "aree di bianco", e cioè quei tratti di costa che non sono interessati da carichi antropici o industriali, che spesso non sono state risparmiate dall'inquinamento.
In alcuni casi le contaminazioni di un particolare inquinante riguardano le coste di intere regioni. E' il caso del mercurio e del cromo nei sedimenti marini del Friuli Venezia Giulia e del Veneto. Oppure del nichel e ancora del cromo presenti nei fondali della Liguria e della Toscana. Il piombo, invece, abbonda in Liguria e Friuli, mentre il tributilstagno contamina la gran parte dei sedimenti di Toscana e Basilicata. Il Ddt eccede sul fondo del mare del Lazio e della Liguria, mentre il Benzoapirene minaccia i fondali del Friuli Venezia Giulia. Gli Idrocarburi policiclici aromatici infine sono onnipresenti in Abruzzo e Friuli.
Non mancano ovviamente gli hot spots, i "punti caldi" singolarmente interessati da un inquinante che non ritroviamo però nei sedimenti delle stazioni limitrofe, come nel caso del cadmio sempre presente al lido di Cavallino a Venezia o del piombo rinvenuto alla foce del fiume Tirso in Sardegna.
Non si sono fatte aspettare neanche le "vecchie conoscenze" del mondo ambientalista: come il cromo rinvenuto alla foce del fiume Lerone, dove per decenni ha scaricato i suoi liquami la Stoppani di Cogoleto, e a quella del Sarno, fiume massacrato dai reflui di numerose aziende campane del settore conciario, oppure il mercurio trovato sui sedimenti di Priolo in Sicilia, sversato illegalmente, secondo la procura di Siracusa, dall'ex Enichem direttamente in mare.
Sono invece assolutamente sorprendenti le contaminazioni di molte aree di bianco, comprese alcune aree marine protette. I sedimenti prelevati alla stazione di Portoferraio nel Parco nazionale dell'arcipelago toscano sono contaminati da cromo e nichel, e quelli di Punta Mesco nel Parco delle cinque terre in Liguria da cromo, nichel e piombo. Nell'area protetta marina di Miramare (Ts) sono state trovate elevate concentrazioni di piombo e Ipa, mentre in quella di Capo Rizzuto (Kr) e a Punta Licosa abbonda l'arsenico.
Passando dai dati sui sedimenti a quelli sulla qualità delle acque, il quadro è un po' meno preoccupante. Sulla base del Trix, un indicatore dello stato trofico del mare, basato sulla quantità di fitoplancton e nutrienti, le elaborazioni dei dati del programma curate dall'Apat indicano come il 74% delle stazioni di monitoraggio ha dimostrato uno stato ambientale elevato, il 19% buono, il 5% mediocre e solo il 2% scadente. La situazione peggiore è stata rilevata alla stazione di Porto Garibaldi in Emilia Romagna e alle foci dei fiumi Morto nella provincia di Pisa, Marta nella provincia di Viterbo e il Sarno nella provincia di Napoli.
A partire dai risultati appena elencati, emerge ancora con maggiore chiarezza l'importanza del Programma triennale di monitoraggio, di cui Legambiente e Wwf Italia hanno sottolineato in più occasioni gli aspetti positivi:
Abbiamo sempre evidenziato come al fine di garantire l'omogeneità di un monitoraggio su scala nazionale è fondamentale la presenza di un unico centro di coordinamento, stimolo e verifica delle attività di controllo e sorveglianza sul mare che deve essere necessariamente individuato nel ministero, unico soggetto titolato, se munito di strumenti adeguati, ad armonizzare con autorevolezza i rapporti con e tra le regioni e i diversi soggetti operativi.
Il programma si concluderà il 4 giugno prossimo e ancora non c'è certezza che venga prorogato anche nei prossimi anni. Siamo convinti che interrompere questo percorso creerebbe un vuoto difficilmente colmabile in tempi brevi e crediamo sia necessario, oltre che utile, che il ministero dell'Ambiente e della tutela del territorio rinnovi le convenzioni con le Regioni costiere e che queste affidino nuovamente alle Arpa il monitoraggio, come già era stato per il precedente piano triennale. Anche per continuare a conoscere nei minimi dettagli i mali che affliggono il mare nostrum.
Il dossier "Lo stato di salute del mare italiano" è disponibile in formato Adobe Acrobat (PDF, 968.1 Kb)
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