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2 Settembre 2010

Trasporti, energia e nucleare

La sostenibilità ambientale dell’Unione europea

Quarta conferenza ministeriale dell’Organizzazione mondiale della sanità su ambiente e salute

Budapest, 23-25 giugno 2004

 

Trasporti, energia, nucleare. Sono queste le sfide principali che attendono la nuova Europa nei prossimi anni. Sono questi i settori che, globalmente, possono più incidere sia nell’Europa politica che in quella fisica sullo sviluppo sostenibile ed equilibrato del Continente. Il quadro dei Paesi che già oggi fanno parte della Ue, di quelli che vi aderiranno e di quelli limitrofi è adesso assai variegato.

C’è ad esempio a est un sistema di trasporti pubblici esteso e capillare, pur nella sua arretratezza, che assorbe la stragrande maggioranza degli spostamenti delle persone e delle merci sia su scala urbana che nazionale. C’è invece a ovest un andamento della mobilità diametralmente opposto. La rete dei trasporti su ferro e il trasporto pubblico locale sono decisamente più moderni ma in alcuni Paesi - e tra questi soprattutto l’Italia - l’auto e i Tir assorbono la quota più alta degli spostamenti.

Eterogeneo è naturalmente anche il quadro energetico con alcuni Paesi - la Germania ad esempio - che puntando sull’innovazione, sulle rinnovabili, sull’efficienza energetica hanno già messo in atto importanti performance e sono in ottima posizione rispetto alo rispetto degli accordi di Kyoto. Altri Paesi sono in posizione intermedia - come l’Italia - con non certo lusinghiere prestazioni nel campo delle rinnovabili e con un sistema energetico che non è in grado di puntare decisamente verso uno sviluppo innovativo, moderno, compatibile. Altri ancora, ed è il caso dell’est europeo, con un sistema obsoleto e inquinante e con una forte presenza di nucleare.

Il miglioramento complessivo del sistema energetico europeo e lo sviluppo delle fonti rinnovabili, la progressiva uscita dal nucleare (partendo ovviamente dagli impianti più vecchi e più a rischio), un nuovo modello nel settore dei trasporti, la consistente riduzione delle emissioni inquinanti e dei gas serra. Sono obiettivi alla portata dell’Europa e che possono portare benefici innegabili non solo all’ambiente e alla lotta all’effetto serra. Ma anche alla realizzazione di una economia più florida e duratura, al miglioramento delle condizioni sanitarie della popolazione, alla qualità della vita.

Le premesse per una radicale svolta in questa direzione ci sono, ma non vengono perseguite con decisione dall’insieme dei governi continentali. Bastano alcuni dati per dimostrarlo. Alla conferenza di Mosca del settembre 2003 è stata stimata nel periodo 1990-2000 una crescita delle emissioni del 13% e, nei Paesi in via di sviluppo, del 36%. Una parte considerevole della crescita delle emissioni, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, deriva dai processi di deforestazione e di cambiamenti d’uso del suolo. Un’altra parte, pesante, è diretta conseguenza di un incremento del trasporto su gomma, sia nei Paesi industrializzati che in quelli che oggi cominciano ad affacciarsi prepotentemente nel mercato dell’auto.

Secondo il rapporto World energy outlook 2003 le emissioni di anidride carbonica dai soli processi di combustione di fonti fossili (a cui su scala globale devono essere aggiunti gli effetti della deforestazione oltre alle emissioni di processo e da produzione di fluorurati) ammontano nel 2001 a oltre 6.500 milioni di tonnellate di carbonio con una crescita dell’11%. Nell’area dei Paesi industrializzati solo nell’Unione Europea - l’unica area nella quale sono state avviate specifiche azioni per la riduzione delle emissioni climalteranti - si è registrata una contrazione delle emissioni di CO2.

Nella stessa Ue però la riduzione delle emissioni non è stata un processo condiviso e omogeneo: al contrario l’andamento dei vari Paesi è fortemente divaricato. La riduzione conseguita a livello europeo è dovuta essenzialmente alla forte riduzione ottenuta in Germania (-18% tra il 1990 e il 2001, almeno per la metà grazie alla ristrutturazione economica nei Lander orientali) e in Gran Bretagna (-12%). Una lieve riduzione (-3%) è stata conseguita dalla Svezia e una stabilizzazione al livello 1990 è stata registrata in Francia (grazie però alla crescita del nucleare) e in Danimarca. Negli altri Paesi invece si è registrata una crescita sostenuta delle emissioni. Spagna, Italia e Grecia sono i tre Paesi con la crescita assoluta più significativa.

La crescita dei consumi energetici e la mancata conversione delle fonti fossili spiega l’ulteriore espansione delle emissioni di gas serra. Durante il periodo 1990-2001 il consumo mondiale annuo di energia è cresciuto con una media dell’1,4%. Questa crescita è avvenuta senza che, nell’ultimo decennio, vi sia stata una fondamentale evoluzione nella struttura delle fonti. La quota delle fonti fossili (86,5%) è rimasta invariata tra il 1990 e il 2001. All’interno delle fonti fossili i consumi totali crescono per tutte le fonti, anche se si allarga la quota di metano a spese del petrolio e del carbone.

Su scala mondiale le energie rinnovabili - costituite in primo luogo da biomassa commerciale e non impiegata nei Paesi in via di sviluppo e da idroelettrico - sono cresciute sostanzialmente allo stesso ritmo delle fonti fossili. Nei prossimi decenni è attesa una ulteriore sostanziale crescita della domanda energetica. World energy outlook 2003 prevede che tra il 2001 e il 2025 la domanda crescerà del 58%, la Iea stima tassi di crescita più contenuti, ma comunque attorno al 50% del livello attuale.

Questa crescita — in assenza di politiche specifiche e di un cambiamento radicale nel sistema dei prezzi e delle risorse — sarà ancora trascinata dalle fonti fossili e sempre imperniata sul petrolio. Per tutte le fonti fossili (con la sola eccezione del nucleare, ritenuto quasi stabile in valori assoluti e in forte declino come quota del totale) è prevista una crescita variabile tra l’1,6% annuo del carbone e il 2,8% del gas naturale. Per le fonti rinnovabili è attesa una crescita dell’1,9% annuo, in linea con la crescita complessiva dei consumi energetici. La spontanea tendenza alla contrazione dell’intensità di carbonio del sistema energetico è quindi del tutto insufficiente. Inevitabilmente le previsioni per il futuro sono estremamente preoccupanti. Nel periodo 1990-2000 la crescita delle emissioni di gas serra è stata parzialmente contenuta dal declino della Russia e di altre economie in transizione. Questo declino (-37% tra il 1990 e il 2000) ha consentito di conseguire per l’insieme dei paesi industrializzati una riduzione del 3% delle emissioni. Ma le stime al 2020 presentate nella conferenza di Mosca per i paesi industrializzati suggeriscono un incremento complessivo delle emissioni di CO2 di circa il 20% sopra il livello 1990.

Con questo documento - che Legambiente presenta a Budapest alla Quarta Conferenza Ministeriale su Salute e Ambiente organizzata dall’Organizzazione mondiale della sanità - si vuole proporre quello che è il quadro attuale di questi tre settori - energia, trasporti, nucleare - mentre qui si possono già definire quelle che sono le priorità che Legambiente individua per rendere più sostenibile lo sviluppo, attraverso una forte innovazione nei prodotti, nei processi produttivi, negli stili di vita, nella mobilità. Cinque sono le linee d’azione: l’efficienza nell’uso delle risorse energetiche, dei processi e dei prodotti; lo sviluppo delle fonti rinnovabili; la conversione ambientale del parco termoelettrico tradizionale; la conversione del sistema della mobilità; l’incremento degli ecosistemi naturali in grado di trattenere la CO2 e gestione dei "meccanismi flessibili".


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