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2 Settembre 2010

Dossier Mare Monstrum 2005

 

Agli atti delle indagini coordinate da Alberto Cisterna, magistrato della Direzione Distrettuale antimafia di Reggio Calabria, sulla vicenda delle tristemente famose "navi dei veleni", viene riportata la conversazione tra due potenti boss della 'ndrangheta che, parlando dello smaltimento in mare dei rifiuti tossici, dicono:

"Basta essere furbi, aspettare delle giornate di mare giusto, e chi vuoi che se ne accorga?"

A questo punto l'interlocutore all'altro capo del telefono sembra avere qualche perplessità, forse una sorta di rigurgito di coscienza:

"E il mare? Che ne sarà del mare della zona se l'ammorbiamo?

"Ma sai quanto ce ne fottiamo del mare? Pensa ai soldi - è la risposta - che con quelli, il mare andiamo a trovarcelo da un'altra parte..."

Il dialogo è agghiacciante ed emblematico. Serve a descrivere, meglio di qualsiasi dossier, quali atroci misfatti si siano potuti compiere lungo i mari della nostra penisola, quali indicibili segreti siano nascosti nelle profondità del Tirreno e dello Jonio, quegli stessi mari azzurri e rassicuranti in cui milioni di italiani si bagnano ogni anno e che sono attraversati in barca a vela, su navi da crociera o su migliaia di natanti a motore. Qualcuno ha pensato insomma di utilizzare il mare una volta per tutte, tanto poi avrebbe fatto tanti soldi da potersi permettere mari esotici, puliti e trasparenti, lasciando a noi quelli inquinati.

Più recentemente e sempre sulla stessa vicenda il settimanale L'Espresso ha pubblicato una lunga testimonianza da parte di un boss pentito della 'ndrangheta. Anche in questo caso il verbale consegnato alla Direzione Nazionale Antimafia non concede nulla alle ipotesi: "so per certo che molti altri affondamenti avvennero in quel periodo, almeno un trentina". Così il boss pentito.

E poi la descrizione di un intrigo fatto di affarismo internazionale e politica, di massoneria e servizi segreti, di traffici d'armi e di rifiuti radioattivi, il coinvolgimento di diversi paesi stranieri, i legami con il caso Alpi-Hrovatin.

Per almeno un decennio i nostri mari sono stati utilizzati come discarica per occultare rifiuti tossici e/o radioattivi. Per anni e anni decine di navi sono state utilizzate come ultimo sito per lo smaltimento facile di tonnellate e tonnellate di materiale, effimero sarcofago che avrebbe garantito un doppio guadagno: quello dell'assicurazione per l'affondamento e quello derivante dallo smaltimento illegale. Gli episodi di affondamento delle navi dei veleni hanno trovato in questi anni sempre più puntuali riscontri grazie al lavoro pervicace delle associazioni ambientaliste, di alcuni magistrati e di qualche giornalista che hanno seguito con puntiglio e correttezza le tracce di una brutta storia che ha trasformato il nostro mare in "mare monstrum".

Le prime indagini presero l'avvio da un dossier preparato proprio da Legambiente sull'affondamento sospetto della nave Rigel e consegnato all'allora Pretura di Reggio Calabria. Era il 1994 e di navi dei veleni non ne parlava ancora nessuno. Ora le dimensioni di questo sporco affare pretendono risorse e capacità d'indagine sicuramente più consistenti, pretendono che si affronti una volta per tutte il cammino verso l'accertamento delle responsabilità e delle verità, istituendo finalmente una Commissione parlamentare d'inchiesta sulle navi dei veleni che faccia piena luce su quest'ennesimo mistero d'Italia.

Nel frattempo crescono le situazioni d'illegalità lungo le nostre coste. I reati ambientali accertati dalle forze dell'ordine nel corso del 2004 sono stati 19.111, ossia cinque illeciti ogni due chilometri di litorale, con un incremento del 7% rispetto al 2003, che già aveva registrato un aumento del 7,2% rispetto al 2002. Il trend di crescita riguarda più o meno tutto il territorio nazionale con picchi nelle regioni del sud Italia, in particolare Sicilia, Puglia e Campania, dove vengono registrate ormai tradizionalmente il maggior numero d'infrazioni. Crescono del 15% i reati nel settore dell'inquinamento e della cattiva depurazione (erano 1.224 nel 2003 sono passati a 1.406 del 2004), ma cresce parallelamente anche il mare inquinato, così come si ricava dai dati del Ministero della Salute diffusi da un'agenzia di stampa che ha posto fine al colpevole silenzio cui ci ha abituato nel corso degli ultimi anni il dicastero retto dall'ex ministro Girolamo Sirchia. Più 7% di mare inquinato pari a qualche decina di chilometri sul totale nazionale, ma sufficienti a far parlare di un inquietante campanello d'allarme dopo anni di lenta, ma progressiva conquista di nuovi chilometri balneabili.

Aumentano le infrazioni al Codice della navigazione e crescono considerevolmente i reati nel settore della pesca di frodo, un comparto che fa registrare un secco +33% rispetto all'anno precedente. Si passa, infatti, dalle 5.060 del 2003 alle 6.736 del 2004. E' questo un dato che più di ogni altra considerazione deve far riflettere su certi provvedimenti furbetti e arruffoni che proprio recentemente sono stati al centro di roventi polemiche fra associazioni ambientaliste e organismi sovranazionali (Unione Europea e Accobams) da un lato e Ministero delle Politiche Agricole dall'altro, che pretendono di offrire ancora un'opportunità alle spadare, gli attrezzi da pesca vietatissimi ormai da quattro anni e oggetto di più di un piano di riconversione con relativo esborso di denaro pubblico.

C'è una nota che può apparire positiva spulciando nell'immensa mole di dati raccolti grazie anche quest'anno al contributo delle forze dell'ordine. E' il numero dei provvedimenti di sequestro di strutture abusive sul demanio marittimo che sono quasi raddoppiati rispetto all'anno precedente, passando dai 760 del 2003 ai 1.367 del 2004, con punte massime in Sicilia dove si è registrato un aumento del 122% dei provvedimenti emessi (si passa da 114 del 2003 a 253 del 2004). C'è il compiacimento per un'azione sicuramente più efficace e incisiva da parte delle forze dell'ordine nel contrasto dell'abusivismo edilizio sul demanio marittimo, ma d'altro canto va considerato che i provvedimenti di sequestro vengono adottati nei casi più gravi di violazioni.

Anche in questo caso è sin troppo evidente la correlazione con l'effetto condono che aveva fatto crescere le situazioni d'illegalità negli anni scorsi. La risposta delle forze dell'ordine non si è fatta aspettare ed è servita in questo caso a calmierare e a raffreddare l'impeto cementificatorio sulla costa. Vale la pena allora sottolineare il meritorio lavoro svolto dalla Capitaneria di Porto di Palermo che anche quest'anno ha proseguito nell'abbattimento dei manufatti abusivi sull'area demaniale costiera. Un'attività tanto più significativa se si considera il contesto ambientale nel quale si colloca. C'è da notare infatti che le regioni che guidano la classifica del cemento illegale sulla costa sono le quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, a riprova che abusivismo edilizio e criminalità organizzata rimangono insomma le due facce della stessa medaglia.

E a proposito di cemento illegale potrà sorprendere che fra gli ecomostri di quest'anno abbiano trovato posto, accanto a grigi scheletroni e brutti manufatti che deturpano il paesaggio, addirittura le isole di Capri, Ischia e Procida e gli straordinari scorci della Costiera Amalfitana, sempre più oggetto delle ferite inferte da un abusivismo edilizio ormai dilagante cui le amministrazioni locali non sembrano riuscire ad opporre alcuna resistenza. Gli illeciti edilizi che si consumano su quelle che sono alcune fra le aree più belle della nostra penisola sono cresciuti a dismisura assumendo la forma di un vero e proprio saccheggio del territorio. In questo senso è inderogabile ormai l'avvio di un'azione coordinata ed incisiva da parte delle forze dell'ordine e delle amministrazioni locali per bloccare l'abusivismo edilizio e restituire questi luoghi alla loro natura spettacolare.

Illegalità e inquinamento non risparmiano neppure le aree protette marine, come si ricava dai dati del monitoraggio predisposto dal Ministero dell'Ambiente e dall'intervento mirato realizzato dal Comando tutela Ambiente dell'Arma dei Carabinieri che ha passato al setaccio le coste protette della nostra penisola. L'analisi di sedimenti e molluschi prelevati dai fondali delle aree marine protette ha fatto registrare in più di una circostanza una presenza inquietante di metalli pesanti, pesticidi ed altre sostanze pericolose. Del resto il mare è per sua natura inconfinabile e l'inquinamento che veicola non conosce vincoli e perimetri.

In alcune circostanze poi, è il caso dell'area marina protetta di Capo Rizzuto, in Calabria, il fenomeno malavitoso assume dimensioni di vero e proprio controllo dell'intero territorio. L'Operazione Isola felice, condotta dalla Questura di Crotone, ha portato a individuare in questo caso ben 245 abitazioni senza concessione edilizia, parte delle quali realizzate sulla fascia demaniale sottoposta a vincolo. E anche la 'ndrangheta cerca di conquistare la prima fila degli ombrelloni: gli investigatori sono arrivati a ipotizzare addirittura una spartizione del territorio tra clan che prevedeva di riservare le ville con vista mare agli affiliati alla cosca degli Arena, leader indiscussi della zona, mentre ai clan minori venivano riservate le abitazioni più lontane dal mare.

Sempre restando in Calabria va ricordata l'inchiesta avviata dalla Procura di Catanzaro che ipotizza il reato di truffa aggravata che si sarebbe consumato sull'affare della depurazione. Al centro dell'inchiesta l'ex Presidente della Regione Giuseppe Chiaravalloti nella sua qualità di ex Commissario all'emergenza ambientale che, secondo i magistrati inquirenti, avrebbe gestito illecitamente i fondi pubblici, finanziato opere mai ultimate o mai collaudate, ma soprattutto avrebbe creato artificiosamente situazioni d'emergenza per giustificare la richiesta di nuovi fondi. A lui Goletta Verde l'anno scorso aveva attribuito la bandiera nera proprio per l'inefficacia della sua azione sulla depurazione delle acque.

"Vent'anni fa, questo sì che era un bel posto". E' una sorta di formula rituale che ricorre spesso quando si parla di posti di mare. E vent'anni sono passati da quando la prima Goletta Verde cominciò ad analizzare le acque di balneazione per divulgare i dati sullo stato di salute dei nostri mari. Vent'anni fa erano pochi i chilometri di costa controllati, vent'anni fa i depuratori funzionavano sicuramente peggio di oggi. Ma le coste erano più libere dal cemento: vent'anni fa si metteva mano al primo provvedimento di condono edilizio.

E ancora vent'anni fa, andando indietro con la memoria, c'erano due bettoline, la Achille Elle e la Quovis, che ogni giorno scaricavano tonnellate e tonnellate di fanghi tossici pieni di fosforo, cadmio, zinco, mercurio, piombo, rame e arsenico provenienti dagli impianti industriali del gruppo Montedison di Porto Marghera nelle acque dell'Adriatico. Sull'altra costa, vent'anni fa, la Tioxide di Scarlino scaricava duemila metri cubi giornalieri di fanghi rossi al biossido di titanio al largo dell'isola di Gorgona, proprio dove oggi, vent'anni dopo, c'è il mare protetto del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano e del santuario internazionale dei mammiferi marini. E poi, vent'anni fa, gli scarichi al cromo della Stoppani di Cogoleto e quelli dell'Enichem di Manfredonia.

Oggi, vent'anni dopo, contiamo 85.000 ettari di fondali marini inseriti nei siti di interesse nazionale da bonificare. Vent'anni dopo la battaglia contro gli scarichi dei veleni si può considerare una grande vittoria del movimento ambientalista e della Legambiente che su quelle battaglie muoveva i primi passi. Per la prima volta si affermava nei fatti (per legge era già previsto) che il mare non era una pattumiera dove chiunque poteva gettare i suoi rifiuti.

Oggi, vent'anni dopo, vale ancora la pena di continuare quelle battaglie, contro chi ha usato i nostri mari per smaltire le navi dei veleni, contro chi occupa la costa, chi privatizza il demanio marittimo, chi pesca illegalmente sottraendo ad altri risorse e ricchezza. Contro chi pretende di gestire in proprio una risorsa comune, contro chi vuole rubare il nostro futuro, contro chi si appropria del mare nostrum, per ritrovare i luoghi della nostra storia e della nostra identità. Per questo ricomincia, vent'anni dopo, il viaggio di Goletta Verde di Legambiente: vent'anni dalla parte del mare.

 


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[ 08-Mag-2009 ]

 

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