13 Marzo 2010
Dossier
Uso del suolo e rinaturalizzazione. Una politica per fermare il dissesto idrogeologico. Le proposte di Legambiente e le trasformazioni introdotte dalla recente approvazione della legge delega in campo ambientale
Nel decennio 1991-2001 in Italia si sono verificati 12mila frane e oltre mille piene. Solo nel 2003 i principali eventi alluvionali hanno coinvolto più di 300mila persone e le risorse economiche necessarie al ripristino delle aree colpite sono pari a 2.184 milioni di euro. Tantissimi poi sono gli episodi di piena e gli allagamenti minori che ogni anno provocano alluvioni di aree agricole, piccoli o grandi centri urbani, causando danni notevoli anche senza vittime civili. La superficie nazionale interessata da rischi idrogeologici legati a frane e alluvioni è pari al 7,1% del totale, vale a dire 21.505 Kmq. I comuni a rischio di alluvioni e frane sono ben 5.581, il 70% del totale. Calabria, Umbria, Valle d’Aosta sono regioni in cui il 100% dei comuni è a rischio, seguite da Lombardia (99%) e Toscana (98%). Soltanto i principali eventi alluvionali dal 1993 hanno causato 343 vittime, con danni economici per oltre 10 miliardi di euro. Bastano questi dati per capire come in Italia la questione del rischio idrogeologico e il degrado dei corsi d’acqua siano un problema prioritario. L'esposizione al rischio di frane e alluvioni è molto elevata e costituisce un problema di grande rilevanza sociale, sia per il numero di vittime che per i danni prodotti alle abitazioni, alle industrie ed alle infrastrutture. Il ricorrere di fenomeni di dissesto idrogeologico negli ultimi anni non può essere attribuito ad eventi esclusivamente naturali o solo alle intemperanze del clima ma anche e soprattutto a un modello di sfruttamento intensivo e poco programmato del territorio. L’abusivismo edilizio, l’estrazione illegale di inerti dagli alvei fluviali, l’agricoltura intensiva con le opere di presa e di difesa degli argini, hanno contribuito in maniera determinante a sconvo lgere l’assetto idraulico del territorio e a creare situazioni sempre più gravi di dissesto idrogeologico. Accanto a questi fattori anche l’urbanizzazione diffusa e caotica, la proliferazione di centri urbani, i siti produttivi e le infrastrutture viarie hanno causato una forzata canalizzazione e artificializzazione dei corsi d’acqua. Sono tante infatti le vertenze di Legambiente sul territorio nazionale, di cui alcune raccolte in questo dossier, su cui si richiama l’attenzione per una gestione diversa del territorio per iniziare una seria politica di mitigazione del rischio. Dalla Calabria le situazioni più allarmanti: a Reggio Calabria si continua a costruire nel letto delle fiumare; Cavallerizzo, in provincia di Cosenza è un paese che è stato inghiottito interamente da una frana appena un anno fa, e poi c’è l’Esaro, dove la ricostruzione e gli interventi dopo l’alluvione del 1996 rischiano di fare più danni che altro. Il Po continua, nonostante i provvedimenti presi e i danni evidenti per il fiume e il suo territorio, a essere teatro di estrazioni abusive di inerti con evidenti danni all’ambiente e al regime idraulico del fiume stesso. Nel greto del Piave sorge un impianto sportivo e le aree di esondazione sono occupate da coltivazioni agricole, nuove abitazioni e veri e propri insediamenti industriali di lavorazione di ghiaie e calcestruzzi. Non rimane fuori da quest’analisi il Tevere che lo scorso novembre è esondato creando ingenti danni nel tratto umbro e alla foce: anche in questo caso abusivismo e occupazione delle aree golenale sono al centro del problema.
Stando alle elaborazioni di Legambiente riportate in questo dossier, ancora oggi, a distanza di 17 anni dall’approvazione della legge 183 (e a un passo dalla sua abrogazione così come previsto dal Testo Unico in maniera ambientale approvato il 10 febbraio scorso), l’iter di approvazione dei piani per l’assetto idrogeologico (PAI) risulta in netto ritardo. Soltanto 14 Autorità di bacino, (il 37%), hanno approvato il PAI e solo 6, il (16%), lo ha adottato. Per il 47% delle Autorità di bacino rimane ancora tanta strada da fare per un’efficace pianificazione sul rischio idrogeologico.
[ 29-Lug-2008 ]
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