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18 Marzo 2010

Dossier: Stop al Mercurio

Lo si usa ancora per estrarre l'oro dalle miniere, per le otturazioni dentali, negli strumenti di misurazione della temperatura e pressione, ma anche per la produzione delle lampade fluorescenti a basso consumo. Se ne consumano nel mondo ancora oltre 3.200 tonnellate all'anno, domanda soddisfatta soprattutto grazie all'estrazione dalle miniere (1.830 tonnellate nel 2004, di cui 625 solo da quella spagnola di Almadèn) ma anche all'approvvigionamento derivante dal riciclaggio (650) o recuperandolo dai sottoprodotti industriali (550). Stiamo parlando del mercurio, un metallo pesante che resta ancora oggi un problema ambientale e sanitario, di fatto planetario, che non risparmia nessun paese, in via di sviluppo o industrializzato. E che ha portato l'Unione europea nel gennaio 2005 ad approvare una Strategia comunitaria con l'obiettivo di ridurne la domanda, l'offerta e ovviamente le emissioni nell'ambiente e l'esposizione dell'uomo.

Non a caso. Stando a quanto emerge dall'Eper, il registro europeo sulle emissioni inquinanti, vengono smaltite nell'ambiente ancora quantità veramente spaventose di mercurio: sono state 26 le tonnellate emesse in Europa nel 2001, di cui 24 in atmosfera (di queste oltre 7, pari al 31% del totale, sono state emesse dai grandi impianti di combustione e circa 5, pari al 20% circa del totale,dall'industria metallurgica), mentre 2 sono quelle sversate in acqua. Lo Stato che ha emesso più mercurio in atmosfera è stata la Germania (7,3 tonnellate, pari a oltre il 30% del totale), mentre il nostro Paese ne ha emesse 2,9 tonnellate, pari al 12% del totale europeo in aria, ma ne ha sversati in acqua più di ogni altro stato (699 kg, tra emissioni dirette e indirette, pari a oltre il 31% del totale europeo), seguita "a distanza" dalla Francia (389 kg, 17%).

Uno degli usi più classici del mercurio è nella cella elettrolitica per la produzione industriale del cloro e della soda: nel 2001 in Europa erano ancora 50 i siti chimici che utilizzavano questo metallo come catodo nel processo produttivo di quasi 6 milioni di tonnellate di cloro, coprendo di fatto oltre il 50% della produzione totale europea. Con impatti più che evidenti: sono state infatti 4 le tonnellate emesse in aria dagli impianti cloro-soda europei nel 2001 (pari al 17% del totale), terza fonte di inquinamento atmosferico dopo centrali termoelettriche e impianti della metallurgia e prima fonte inquinante delle acque con 670 kg emessi (pari al 30% dei reflui liquidi emessi dall'industria europea).

In questo contesto generale di serio inquinamento da mercurio l'Italia gioca un ruolo purtroppo importante. Stando ai dati pubblicati dall'Ines, la versione italiana dell'Eper curata da Apat, nel 2004 sono state emesse in atmosfera 2,16 tonnellate di mercurio, di cui 1,13 tonnellate (pari al 52% del totale) emesse dal settore metallurgico, 552 kg (26%) dagli impianti della

chimica inorganica, 174 kg (8%) dai cementifici e 154 (7%) dalle centrali termoelettriche.

Entrando nel dettaglio dei singoli impianti, solo l'Ilva di Taranto, stando a quanto riportato nell'Eper, ha emesso in atmosfera oltre 1 tonnellata di mercurio su 2,9 nel 2001, pari al 36% del totale nazionale. E che lo stesso stabilimento siderurgico tarantino ha sversato in via diretta in acqua 118 kg di mercurio, su un totale nazionale di 660 kg, pari a quasi il 18%.

Analogamente gli impianti cloro-soda italiani non "sfigurano" nella classifica delle emissioni di mercurio. Nel nostro Paese sono 10 gli impianti cloro-soda censiti da Eurochlor, l'associazione europea dei produttori di cloro, e da Federchimica, per un capacità complessiva di circa 982mila tonnellate di cloro all'anno. Di questi 10, solo l'impianto di Assemini, in provincia di Cagliari, da 170mila annue di cloro, è stato riconvertito alla tecnologia più sostenibile oggi disponibile sul mercato, e cioè quella a membrana.. Dei 9 impianti cloro-soda che utilizzano il mercurio solo 7 sono realmente operativi - perché i siti di Porto Torres e Priolo sono fermi rispettivamente dal 2002 e dal 2005. Gli impianti di Priolo, Porto Marghera, Porto Torres, Rosignano, Torviscosa (Ud), Bussi (Pe) e Pieve Vergonte (Vco) nel 2001 hanno emesso nell'ambiente ben 765 kg di mercurio su un totale nazionale di 3,6 tonnellate (pari al 21% del totale), di cui 637 kg in aria (22%) e 128 in acqua (18%).

Questi stabilimenti sono una "vecchia conoscenza" del mondo ambientalista italiano, e di Legambiente in particolar modo (lo testimonia il distico di questo rapporto in cui abbiamo ripreso la frase del dossier del 1991 intitolato "Enichem - Ambiente, sicurezza, salute dei cittadini. La faccia dimenticata dell'industria chimica italiana", pubblicato dall'allora Lega per l'ambiente). E sono proprio la riconversione degli impianti cloro-soda a tecnologia più sostenibile, individuata in quella a membrana dalla direttiva Ippc sulla prevenzione e il controllo integrato dell'inquinamento, e lo smaltimento in sicurezza del mercurio in surplus (tanto per fare qualche esempio 200 tonnellate nelle celle dell'impianto di Porto Marghera, altrettante in quello di Rosignano e 66 a Pieve Vergonte) i due obiettivi della campagna europea Zero mercury coordinata a livello europeo dall'Eeb, il network delle associazioni ambientaliste europee di cui fa parte Legambiente, e che si sta svolgendo contemporaneamente in Italia, Spagna e Repubblica Ceca.

"Stop al mercurio", la versione italiana della campagna dell'Eeb, parte con i blitz pacifici agli impianti cloro-soda, organizzati dai circoli locali e dalle sedi regionali di Legambiente a partire dal 17 giugno e che continuerà fino al prossimo autunno. Una estate di impegno per promuovere tecnologie pulite durante la quale Legambiente organizzerà un convegno in ciascuna località interessata dalla presenza degli impianti cloro-soda, dove assieme a tutti gli stakeholders locali (aziende, sindacati, politica locale, comitati e associazioni di cittadini, etc.) si cercherà di fare il punto della situazione, e di analizzare i motivi che stanno ritardando le riconversioni e le bonifiche dei siti inquinati dalle lavorazioni pregresse e attuali. L'appuntamento finale, previsto a Roma

per fine ottobre, sarà l'occasione per riportare quanto emerso dalle consultazioni fatte durante la campagna "Stop al mercurio", verificare i tempi del definitivo abbandono della tecnologia al mercurio per la filiera del cloro e lo stato di avanzamento del Programma nazionale di bonifica, ma anche per fare il punto sul futuro della chimica in Italia. Le due questioni, infatti, sono intimamente legate, visto che 5 dei 10 impianti cloro-soda, e più precisamente quelli Syndial di Porto Marghera, Priolo e Porto Torres, Caffaro di Torviscosa, Tessenderlo di Pieve Vergonte, ricadono all'interno di Siti di interesse nazionale da bonificare.

Il quadro che emerge dal dossier è di sostanziale smobilitazione, seppur con qualche incoraggiante eccezione. Dei 9 impianti che producono cloro e soda utilizzando le celle al mercurio, uno è fermo dal 2002 (Porto Torres), un'altro (Priolo) è ufficialmente fermo dal novembre 2005 per manutenzione straordinaria ma probabilmente andrà in dismissione definitiva. Altri (Porto Marghera e Torviscosa) sono in attesa, senza grande fretta, che si completi l'iter autorizzativo della riconversione, altri ancora (Pieve Vergonte) hanno iniziato la procedura per cambiare tecnologia senza concluderla, facendo intendere che l'impianto andrà in chiusura e le produzioni trasferite in Paesi meno esigenti sotto tutti i punti di vista, a partire da quelli più strettamente ambientali e sociali.

In questo scenario non certo ottimistico un'eccezione positiva c'è, e riguarda l'impianto Solvay di Rosignano. E' infatti della scorsa settimana la notizia che, anche se con ritardo rispetto ai tempi previsti nell'Accordo di programma locale, stanno finalmente iniziando i lavori per la riconversione a membrana dell'impianto cloro-soda. Un impianto che ha trasformato il litorale di Rosignano quasi in una spiaggia caraibica per la consistenza e il colore della sabbia, ma che in realtà grazie alle stimate 500 tonnellate di mercurio depositate lungo le spiagge bianche è stato classificato dall'Unep fra le 15 località costiere più inquinate d'Italia.

Una buona notizia che conferma, oggi come ieri, che abbandonare una tecnologia che ha creato tanti danni ambientali al nostro Paese, che consuma una quantità enorme di energia e che non sta più sul mercato globale, è un'operazione praticabile.

Altra notizia positiva è lo studio di fattibilità che Solvay sta elaborando sulla riconversione dell'impianto di Bussi (Pe) nell'ambito delle iniziative promosse dall'Osservatorio locale sulla chimica coordinato dalla Provincia di Pescara per rilanciare l'area industriale sul fiume Tirino. E l'avvio anche del confronto con Legambiente che incontrerà il 23 giugno prossimo a Pescara il Presidente della Provincia e la dirigenza della Solvay proprio per ragionare insieme sulla riconversione del sito di Bussi.

Passando alle richieste di Legambiente, la prima è la riconversione delle celle al mercurio degli impianti cloro-soda italiani che deve avvenire entro il 2010, data assolutamente non proibitiva dal momento che è la stessa raccomandata dalla Decisione 90/3 del 14 giugno 1990 sulla riduzione delle emissioni atmosferiche da questi impianti, scaturita nell'ambito delle attività previste dalla Convenzione di Parigi sulla prevenzione dell'inquinamento marino da fonti terrestri. Con il dovuto anticipo rispetto alla scadenza del 2025, sancita dall'accordo di Madrid firmato nel 1999 da Commissione europea ed Eurochlor, anticipata al 2020 dall'associazione di categoria.

Per poter rispettare questo obiettivo temporale è necessario che il Ministro dell'ambiente faccia firmare al più presto anche agli altri Ministri interessati (Sviluppo economico e Salute), dopo il parere della Conferenza unificata, le "Linee guida per l'identificazione delle migliori tecniche disponibili per gli impianti di produzione di Cloro-alcali", elaborate dal cosiddetto Gruppo tecnico ristretto sugli impianti di trasformazione chimica. Solo dopo l'approvazione definitiva delle Linee guida potranno infatti essere rilasciate le "Autorizzazioni integrate ambientali" previste dalla Direttiva Ippc che definiranno tempi e modi di riconversione degli impianti cloro-soda in Italia.

Sul fronte del risanamento dei siti inquinati Legambiente chiede al nuovo Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio di riscrivere interamente la parte relativa alle bonifiche (fondata solo ed esclusivamente sull'analisi di rischio) del nuovo Codice dell'ambiente, approvato in "zona Cesarini" dal precedente governo, perché con l'attuale formulazione rischia pesantemente di arrestare il già lento processo di risanamento ambientale del nostro Paese avviato con il Programma nazionale di bonifica.

Alla luce dei dati che emergono dagli studi epidemiologici che via via vengono pubblicati sulle aree a rischio di crisi ambientale e sui siti di interesse nazionale da bonificare, chiediamo con forza al nuovo Ministro della Salute di finanziare altri monitoraggi sulle interazioni tra inquinamento e salute, a partire dalle aree dove è maggiore il degrado ambientale, da mercurio e non solo.

Chiediamo infine al sistema imprenditoriale italiano, in particolare a quello relativo alle produzioni chimiche, di rilanciare il settore della chimica di base italiana attraverso una riconversione delle tecnologie di produzione, che rischia altrimenti di restare ai margini del mercato globale. Cogliendo anche l'opportunità fornita dal Reach, il regolamento sulla registrazione, valutazione e autorizzazione delle sostanze chimiche in discussione in sede comunitaria, la cui approvazione è stata più volte rimandata anche a causa delle pressioni delle associazioni di categoria europee. Il nostro Paese deve investire sempre più risorse, pubbliche e private, in ricerca e innovazione tecnologica, anche per allungare il passo nei confronti dei Paesi con economie emergenti, come Cina e India, che non preoccupandosi né dell'impatto ambientale né di quello sociale delle loro lavorazioni industriali, agiscono sui mercati internazionali facendo sempre più concorrenza nei confronti dei paesi occidentali.

Non siamo né vogliamo essere detrattori della chimica nel nostro Paese. Anzi siamo i primi sostenitori di quella "chimica verde" che sappia affrontare la sfida della competizione attraverso nuovi materiali (come ad esempio le plastiche biodegradabili) e nuovi prodotti (come i biocarburanti per autotrazione). Una sfida che l'industria chimica non può sostenere adesso, e lo potrà ancor meno in futuro, con impianti obsoleti e con investimenti inesistenti sull'innovazione della linea produttiva e sulla manutenzione. Senza entrare nel merito dei reflui al mercurio scaricati in mare attraverso i tombini fognari. Storia questa che, ci auguriamo, appartenga ormai solo al passato del nostro Paese.

 

Scarica il Dossier "Stop al mercurio" (PDF, 1 Mb)

La campagna Stop al Mercurio di Legambiente

Firma la petizione on-line

[ 29-Lug-2008 ]

 

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