11 Marzo 2010
Quando a pagare gli effetti del cambiamento climatico sono i gruppi e le comunità più deboli: i profughi ambientali.
Sono circa 6 milioni l’anno le persone costrette a lasciare il proprio territorio a causa dei cambiamenti climatici. Un dato che per il 2050, secondo le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), potrebbe riguardare 200/250 milioni di persone. E’ questo il profilo dell’emergenza umanitaria dei profughi ambientali, i nuovi migranti costretti a fuggire da desertificazione, inondazioni e effetti del riscaldamento globale. A questi si aggiungono i tanti sfollati per decisioni politiche che impongono la costruzione di dighe o di impianti industriali che comportano la distruzione di centri urbani o dei terreni e degli ambienti di vita e lavoro.
Lo spostamento di popolazioni dovuto al degrado dell’ecosistema e alle variazioni del clima è un fenomeno che si ripete da sempre nella storia dell’umanità. A differenza del passato, però, la modificazione dell’ambiente ad opera dell’uomo è così rapida e la magnitudo degli impatti così alta, da superare di gran lunga ogni previsione e lasciandoci impreparati ad affrontarla. Se fino a qualche anno fa erano le guerre la principale causa delle emigrazioni di massa, oggi il riscaldamento globale rappresenta un fattore determinante. Ormai il numero dei profughi ambientali ha superato quello dei profughi di guerra, ma nonostante questo non esistono nemmeno da un punto di vista giuridico, non essendo riconosciuti come “rifugiati” dalla Convenzione di Ginevra del 1951, né dal suo Protocollo supplementare del 1967. Oltre all’immediata necessità di uno status giuridico per i profughi ambientali, la vera urgenza consiste, quindi, nel capire che molte questioni legate all’ospitalità e all’accoglienza nei nostri Paesi devono in primo luogo essere affrontate attraverso un serio impegno collettivo nella lotta ai cambiamenti climatici. Misure ancor più necessarie se si pensa che al di là delle prospettive future, gli effetti del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici sono già una drammatica realtà in molti paesi, che hanno pagato un prezzo alto per vittime e sfollati. Nella prima parte del 2009, ad esempio, piogge torrenziali hanno inondato buona parte dell’Africa Australe, andando a colpire quasi 1 milione e mezzo di persone e provocando circa 150.000 sfollati. L’emergenza è stata particolarmente grave in Angola e Namibia, dove migliaia di persone si sono dovute confrontare con la distruzione dei raccolti e una persistente insufficienza di cibo. E ancora, in Myanmar (ex Birmania) il ciclone Nargis nel maggio 2008 ha fatto 140 mila vittime, colpendo anche altri 2-3 milioni di persone e costringendo 800 mila persone a sfollare.
Anche l’Italia ha già iniziato a scontare gli effetti del riscaldamento globale in quanto area mondiale “a più alta vulnerabilità in termini di perdita di zone umide e in particolare degli ecosistemi e della biodiversità marino-costiera”. Si stima che saranno sommersi circa 4.500 chilometri quadrati del territorio nazionale, distribuiti in prevalenza al Sud, dove si concentreranno la maggior parte delle aree che andranno incontro a una progressiva desertificazione. Per le Agenzie umanitarie si prospetta l’adozione di provvedimenti senza precedenti, dovendo moltiplicare per 10 o 20 le loro riserve di emergenza.
Il Dipartimento Internazionale di Legambiente si occupa dei profughi ambientali dal 2005, in collaborazione con docenti universitari, centri di ricerca e giornalisti. Allo scopo di mantenere alto il livello dell’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni su questo tema di primaria importanza, il Dipartimento ha partecipato a numerosi convegni, seminari e dibattiti nazionali e internazionali ed ha prodotto e aggiorna periodicamente un dossier sintetico di dati e informazioni.
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[ 30-Lug-2009 ]
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